Le spese in investimenti per la ricerca scientifica e lo sviluppo, in rapporto al PIL di 41 paesi, nel 1981 erano di poco inferiori all’1%, con una ripartizione sostanzialmente paritaria tra settore pubblico e privato. Circa quarant’anni dopo, nel 2017, l’investimento privato era salito fino a raggiungere l’1,5%, mentre quello pubblico, nello stesso periodo, era sceso a circa lo 0,5%. Negli ultimi dieci anni questa distanza si è ulteriormente ampliata. Le Big Tech sostengono in modo fortemente interessato la ricerca presso istituzioni ed enti pubblici, attraverso numerose collaborazioni e la pubblicazione congiunta dei risultati, pur condividendo solo lo 0,2% dei brevetti del loro portafoglio.
L’investimento in ricerca e sviluppo delle prime dieci aziende al mondo si attestava a circa 300 miliardi di dollari nel 2022. Vent’anni prima, nel 2003, era pari a circa un terzo di tale valore. Ciò che cambia in modo sostanziale è però la composizione di questo gruppo: nel 2003 figuravano tra le prime dieci ben cinque case automobilistiche, mentre nel 2022 le prime sei posizioni sono occupate dalle cosiddette Big Tech — Amazon, Google, Facebook, Apple, Microsoft e Huawei. Del settore automotive resta soltanto Volkswagen, che passa dal decimo posto del 2003 al settimo del 2022, triplicando i propri investimenti in ricerca. Amazon, prima in classifica nel 2022, ha investito in quell’anno 73,2 miliardi di dollari. Pfizer, prima nella classifica del 2003, aveva investito 12,3 miliardi di dollari a valori 2022.
Anche l’investimento nella ricerca di base si sta spostando progressivamente dal pubblico al privato. Nel 2017 le imprese svizzere hanno finanziato il 27% della ricerca fondamentale del paese, raddoppiando il proprio contributo rispetto al 2012. Un andamento simile si osserva negli Stati Uniti: nel 2017 il settore imprenditoriale ha coperto il 30% del finanziamento alla ricerca pura, circa il doppio rispetto a dieci anni prima. Gli investimenti pubblici in ricerca continuano a crescere, ma quelli privati aumentano a un ritmo molto più sostenuto.
Nell’anno di fondazione dell’AIV, 1963, nel mondo operavano poco più di un milione di ricercatori. Alla fine del secolo erano diventati 5 milioni, e nel 2025 hanno superato i 15 milioni. Dai tempi di Galileo Galilei fino ai primi anni Sessanta, nel mondo erano stati pubblicati circa 1 milione di lavori scientifici; in un solo anno, il 2020, questa cifra è triplicata.
Tutti questi dati, tratti dall’interessantissimo libro del professor Gianfranco Pacchioni, Scienza Chiara, Scienza Oscura: Ricerca pura, ricerca militare, Big Tech, pubblicato l’anno scorso da Il Mulino — che consiglio vivamente di leggere — mostrano il crescente impatto della ricerca e delle nuove tecnologie sulla società, con un ruolo ormai preminente dell’imprenditoria privata nei finanziamenti e nel controllo. In questo scenario, la ricerca aperta e pubblica appare sempre più in difficoltà. La conoscenza e la consapevolezza dei vantaggi e dei rischi legati alle nuove tecnologie, non solo da parte dei ricercatori, ma anche dei cittadini, sono fattori decisivi per orientare il nostro futuro. In questo senso, associazioni indipendenti di ricercatori, università, enti di ricerca e imprese, come AIV, possono offrire un contributo concreto e importante.
Mariano Anderle - www.marianoanderle.it - Membro del Comitato Direttivo AIV